Omicidio Noemi, la Sciarelli di “Chi l’ha visto” sotto accusa: “regole violate e pessimo giornalismo”

Critiche su ‘Chi l’ha visto’ che ieri sera ha mandato in onda un’intervista ai genitori del ragazzo, assassino della fidanzata Noemi Durini, nel corso della quale è l’inviata a dare loro la notizia della confessione del figlio. A puntare l’indice contro la Sciarelli e la sua trasmissione sono i sindacati dei giornalisti e l’associazione cattolica che si occupa di tv. A disturbare le “coscienze ” l’inviata della trasmissione Rai che ha comunicato la confessione del ragazzo e la messa in onda dello strazio e della disperazione dei genitori dell’assassino appena appresa la notizia. Parlano di pessimo giornalismo la Federazione nazionale della stampa e Usigrai, che ha rivolto a Federica Sciarelli l’invito a chiedere scusa alle persone coinvolte e ai telespettatori. Analoga l’opinione dell’associazione cattolica che parla di “annientamento delle regole deontologiche (minori, famiglie, fascia protetta, segreto istruttorio) in un programma che va in onda quando le famiglie sono a cena. “Non ci sarebbe diritto di cronaca che tenga – ha osservato il presidente Padula – di fronte ad una scelta irresponsabile e di tracotanza che dimostra come l’informazione possa precipitare in baratri profondi e irrespirabili”. Strano pero’ che la sceneggiata del padre abbia anticipato la sua confessione postuma agli inquirenti su un particolare di rilievo, ovvero che lo stesso sarebbe stato informato dal figlio dell’accaduto martedi scorso. Dunque in tv il genitore ha raccontato una pesantissima menzogna. Ma sul caso, a rincarare la dose ci mancava anche il senatore salentino Dario Stefano che in una interrogazione parla di “censurabile tendenza alla rincorsa senza scrupoli degli ascolti. E giu’ nella filippica l’infausto richiamo alla spettacolarizzazione delle sventure piu’ intime e raccapriccianti usate come leve piu’ efficaci. Bisogna dunque essere essenziali, dicono, anche se in un epoca in cui i social viaggiano in modo molto piu’ rapido del mezzo televisivo, estendendosi a macchia d’olio in tutte le fasce di utenza e di tutte le eta’, spesso e volentieri si va ben oltre, ben oltre qualsiasi etica e deontologia professionale. Nella realta’, nonostante regole e richiami, carte di Treviso e Ordini professionali, siamo in procinto di essere travolti da un sistema informativo globale figlio della Rete e dei network con tutte le negativita’ del caso, pregiudicando gravemente la stessa autenticita’ delle notizie. La decisione della Sciarelli mi sembra piu’ che condivisibile, a prescindere dal turbamento che puo’ aver provocato nell’effetto mediatico. Si provi a leggere sul profilo social del “fidanzatino” il lunghissimo elenco di contumelie, di terribili commenti, di auspici di malasorte e di sventure future scritte da gente di qualsiasi eta’. Piaccia o no il sentimento del “popolo” sull’onda emotiva di un episodio cosi’ crudele e’ questo: la ferma condanna senza appello. Non e’ una giustificazione sufficiente si dira’ ma il tema della privacy si e’ trasformato, nelle sue mille interpretazioni, in una sorta di caleidoscopio e in alcuni casi in un autentico alibi. Tanto per intenderci e’ sufficiente soffermarsi sulle immagini dell’assassino, riprese da piu’ parti con una fascia che oscura gli occhi per rendere il ragazzo non riconoscibile, piuttosto che il divieto della pubblicazione delle sue generalita’ in quanto minore, nonostante tutti abbiano sentito parlare il padre che lo chiama Lucio e il cognome di famiglia noto per l’iscrizione dellomstesso padre nel registro degli indagati. Dunque e’ una privacy farlocca poiche’ il senso del divieto sarebbe quello di evitare la gogna mediatica di cui tuttavia non ha molto senso parlare quando il fatto di cronaca svela una ferocia che ha pochi precedenti. Si pensi al caso di Erika e Omar, i due minori protagonisti nel febbraio 2001 della “strage di Novi Ligure”. Tv e giornali non esitarono a diffondere le loro generalità e in alcuni casi le immagini. Da un punto di vista formale, ciò ha rappresentato una palese violazione dell’art. 7 del codice di deontologia dei giornalisti (che vieta di pubblicare “i nomi dei minori coinvolti in fatti di cronaca”). Ma è difficile sostenere che tale violazione abbia potuto mettere in crisi il processo di maturazione dei due. In quest’ottica, va avvalorata un’interpretazione dell’art. 7 che permetta al giornalista di pubblicare le generalità del minore quando l’armonico sviluppo della sua personalità sia gia’ compromesso dalla enorme gravità del fatto. Interpretazione che è la stessa norma a suggerire, vietando la pubblicazione dei nomi di minori soltanto “al fine di tutelarne la personalità”. Che in questo caso ritengo sia seriamente compromessa.

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