Lombardi Ecologia, un “buco” da 130 milioni. La sentenza e le operazioni spericolate

La sentenza con la quale la sezione fallimentare del Tribunale di Bari ha decretato la fine della Lombardi Ecologia, è datata 6 giugno 2016. Il giudice Sergio Cassano non ha avuto esitazioni a motivare in 11 pagine le ragioni che hanno indotto il Tribunale a revocare il concordato preventivo dell’azienda mettendo la parola fine ad una impresa familiare nata oltre ottant’anni fa. Per terra rimangono le ceneri e una montagna di debiti. Un buco di 130 milioni di euro, debiti che si sono accumulati negli anni mentre i Lombardi venivano rincorsi dalle istanze di fallimento nel tentativo di mettere mille toppe alle tantissime falle di un sistema aziendale che ha cominciato a imbarcare acqua come il Titanic. Per l’azienda è stato disposto l’esercizio provvisorio poiché in presenza dei numerosi appalti per la raccolta dei rifiuti in una trentina di Comuni pugliesi l’interruzione del servizio sarebbe un dramma oltre a provocare problemi per l’igiene pubblica. La storia legata all’ammissione del concordato è legata alla nascita della Ercav che ha stipulato un contratto d’affitto del ramo d’azienda più produttivo, quello della raccolta dei rifiuti. Una strada che la famiglia Lombardi ha imboccato per mettere in salvo l’attività e per continuare a fare quello che hanno sempre fatto in questi anni, lasciandosi alle spalle un’azienda decotta e piena di debiti, con sulle spalle oltre 700 lavoratori. C’è da dire che se i Lombardi sono bravi con la raccolta differenziata, lo sono molto meno con le carte e la contabilità. Ai giudici non sono sfuggiti alcuni particolari: tra questi un paio di operazioni finanziarie che hanno convinto il Tribunale a revocare il piano di risanamento presentato dall’impresa puntellato da numerosi correttivi apportati in corso d’opera. Le osservazioni poste dai magistrati riuniti in camera di consiglio (Giorgio Rana, Sergio Cassano e Valentino Lenoci) non sono affatto peregrine in relazione ad alcune spericolate operazioni che in regime concordatario non potevano essere portate a compimento se non dietra specifica autorizzazione. Quella più evidente, e che ha fatto saltare la pazienza, è stata la stipula di una transazione con una società cooperativa, la SFL, che prevedeva il pagamento di oltre un milione di euro in favore della stessa e un pagamento di 150 mila euro liquidato sempre alla stessa SFL attraverso la newco Ercav. I giudici hanno contestato nel seguito che la proposta concordataria “era priva delle condizioni di ammissibilità e che manifestava una assoluta non attitudine a raggiungere gli obiettivi prefissati, per una serie di ragioni. Tra queste la famosa Filom, società appartenente alla famiglia Lombardi, ritenuta non idonea sia per mancanza dei requisiti formali che per la incapacità di far fronte agli impegni assunti. E sì perché i dubbi sull’apporto finanziario dell’immobiliare sono saltati agli occhi in presenza di una grave situazione economica, finanziaria e patrimoniale, tale da far escludere la sua capacità di sostenere il ruolo ad essa attribuito dal piano. Non è finita qui, poiché sussistevano fondati dubbi sull’effettivo valore del patrimonio immobiliare che costituisce l’apporto della Filom alla procedura. Inutile aggiungere che in tutto questo, si è aggiunta una manifesta carenza di documenti e di informazioni in ordine alle verifiche dei dati sui debiti per lavoro dipendente e su quelli di natura previdenziale. Ma facciamo un passo indietro e torniamo a parlare della transazione con la cooperativa SFL dove è stato commesso un errore dietro l’altro. Una transazione scritta e riscritta più volte che mirava a dare soldi alla SFL senza autorizzazione del tribunale e che ha indotto i giudici nei vari passaggi tecnici a considerare questa operazione con “finalità frodatoria”. Le ragioni sono spiegate con pieno dettaglio nella sentenza ma in sostanza il tentativo prefigurato era quello di favorire il pagamento in toto dei debiti verso questa società cooperativa la cui ragione sociale, chissà perché, non figurava nell’elenco dei creditori. Il che mirava in sostanza a discriminare la categoria dei creditori che con il concordato avrebbero recuperato appena il 10 per cento dei crediti vantati. Altro errore: l’operazione, dopo ua rivisitazione e correzione, è stata condotta dalla società intermediaria, la Ercav, sempre della Lombardi. “Una semplice finzione – scrivono i giudici – che il pagamento del credito anteriore venga fatto da un soggetto terzo e non dalla Lombardi la quale, per mascherare ciò, ha predisposto la complessa operazione negoziale”. Un capitolo specifico è dedicato all’apporto che avrebbe dovuto avere la Filom srl, immobiliare di Casa Lombardi, che avrebbe dovuto assicurare un apporto di circa 15 milioni di euro per l’operazione di risanamento attraverso la vendita di immobili per 13 milioni e di 2 milioni per rinuncia ai crediti verso la Lombardi. La Filom presenta una grave situazione economica e finanziaria, tale da far escludere la capacità di sostenere il ruolo a lei attribuito nel piano. L’immobiliare ha debiti per 20 milioni, tant’è che negli ultimi anni non ha approvato neanche i bilanci. Ma guarda caso l’unico bilancio che vede la luce del sole è quello del 2014 approvato in virtù della necessità di presentare il piano concordatario. Anche la Filom è una società in dissesto con perdite macinate negli anni e con una gestione fortemente passiva. Tanto più che l’aumento di capitale sottoscritto solo in parte, è avvenuto non in soldoni ma con l’apporto di ulteriori immobili. Il bello di tutta questa ricostruzione è che le principali entrate della Filom erano rappresentate dai fitti dovuti dalla Lombardi per la locazione di immobili. Fitti che la società non ha più potuto pagare data la pressochè mancanza di liquidità. I dubbi si accumulano anche sull’effettivo valore del patrimonio immobiliare. Le cifre non corrispondono, tra i valori dichiarati dalla società e le stime dei periti. Così si scopre che il patrimonio di oltre 12 milioni in realtà è stimato dai consulenti del Tribunale in appena 7 milioni e mezzo circa. Si gioca dunque alla tombola o si danno i numeri al lotto perché anche gli accertamenti dei crediti da lavoro dipendente evidenziano gravi carenze informative e l’impossibilità di procedere ai controlli e alle verifiche per accertare i reali debiti. Alla fine ai giudici non è rimasto altro che dichiarare il fallimento fissando l’adunanza dei creditori il 22 novembre prossimo.

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